Giancarlo Gennari – Una storia che vorrei raccontarti (2018)

FORMATO: EPUB

Ci sono storie che vivono, e sopravvivono, nei cassetti della nostra memoria.
Ci sono storie che ci appartengono da sempre, che abbiamo contribuito a scrivere.
Ci sono storie che durano un’ora, un giorno, un anno, che hanno rincorse lunghe.
Percorrono strade piene di curve e ad ogni curva è un patimento dell’anima.
Ci sono storie come questa che segue, che capita che le leggi sui giornali, che ti somigliano un po’.
Che mentre le leggi pensi; ad un parto all’improvviso, una corsa ad ascoltare la voce di un medico senza capire nulla, a giorni di festa, una Coppa del Mondo e lei fra le tue braccia.
Si, una figlia che non si riesce più a vedere, che sai che vive ma non sai come, non sai dove.
Vivi del ricordo mentre le leggi, ricordando quello che è stato.
È la mia storia, che vive dentro di me da dodici anni, che non mi lascerà più, che non lascerò andare.
Ce ne sono tante di storie come questa; credo siano più i padri delle madri a soffrire per determinate situazioni.
La mia situazione è nata, in senso fisico e sentimentale, nel 2006, a giugno, caldo, tanto, Mondiali in Germania, una gravidanza sofferta, travagliata.
Col senno di poi piena di sbagli da parte mia.
A mia discolpa, per non perdere nulla della mia vita.
Avevamo iniziato a costruire il nostro castello dimenticando errori del passato. Il castello inizia a cadere giù ad aprile; le corse all’ospedale, le visite e le lacrime, i termini medici freddi e impersonali, la paura.
Le liti, la gravidanza che lei stringendo i denti porta avanti, io che la osservo.
A giugno quando si dovrebbe pensare solo a come e dove fare le ferie, arriva lei.
Lei è nostra figlia.
Gaia.
Prematura, una notte di giugno, con l’alba molto lontana ancora.
E le carte mediche da firmare con altri termini duri e freddi. Con ipotesi funeree che il medico mi spiega mentre l’infermiera davanti a noi spinge l’incubatrice fino alla neonatologia.
È piccola.
Tanto.
E iniziano i giorni del camice, dei calzari e delle cuffie che racchiudono i capelli.
Mi resta dentro l’odore dell’antibatterico con cui strofinarsi mani e avambracci prima di entrare in reparto.
E sentire forte il senso della vita; la parte più piccola e delicata che si tiene forte ad essa per respirarne forte l’essenza.
La mia storia ha cominciato a girare in un senso strano in quel preciso momento li.
Un giro anomalo che ci ha portati lontani tutti e tre, anche mentre, una volta a casa, festeggiamo un Mondiale inaspettato, il più bello per me che tenevo lei fra le mie braccia.
Il dopo è la cronaca di un distacco graduale ed incomprensibile.
Ancora adesso che riesco a scriverla questa storia, dodici anni dopo.
Perché spero che un giorno il sapore delle nostre vite torni ad incrociarsi.
Perché spero che altri padri riescano a ricollegare tutti i fili col proprio passato, quello più bello.
Io mi sono immaginato così, vecchio, con la memoria ad intermittenza, che recupero la mia storia con il suo aiuto.
Non riesco ad immaginare come sarà quel nome, né quando.
So che ci sarà
Questa è la mia storia.

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